Vai al contenuto

Tornare alle mani, in attesa di Elisa

    Ho iniziato tutto questo in uno dei momenti più difficili della mia vita.

    Mentre il mio corpo affrontava la malattia, mentre la testa faceva fatica a stare dietro alle paure, alle visite, alle notti insonni. In quel tempo sospeso dove tutto fuori correva veloce — video, notifiche, gente che corre — io ero ferma. Costretta a fermarmi.

    E proprio lì, nel silenzio forzato della mia stanza, ho ripreso in mano un gomitolo.

    Uno, due, tre punti. Contare. Respirare. Sbagliare. Disfare. Rifare.

    Le mie mani sapevano ancora cosa fare, anche quando tutto il resto non lo sapeva più. Ogni maglia era un piccolo “io ci sono ancora”. Ogni giro era un modo per dire al cuore: piano, ce la facciamo.

    Poi è arrivata la notizia più bella. Elisa sta arrivando.

    La mia nipotina. Tra qualche settimana sarà qui.

    E all’improvviso quel filo che era solo la mia cura è diventato un ponte verso il futuro. Non sto più lavorando solo per me. Sto lavorando per lei.

    Sto lavorando un bianco morbido con un filo di rosa, perché non so ancora che profumo avrà, ma immagino che sarà dolce. Sto facendo una copertina piccola, con punti larghi, perché voglio che ci passi l’aria e la luce. Sto facendo scarpine minuscole e penso: chissà quanto saranno piccoli quei piedini.

    Capite? In un mondo dove tutto è istantaneo, io sto facendo una cosa che richiede settimane per un esserino che ancora non ho mai abbracciato. È un atto di fede enorme. È speranza pura fatta di lana.

    Perché tornare alla manualità oggi è un atto d’amore.

    Ci hanno detto che tutto deve essere veloce, perfetto, subito. Ma un bambino non è veloce. Una guarigione non è veloce. L’amore non è veloce.

    Tornare a fare con le mani ci insegna di nuovo i tempi umani:

    • Il tempo dell’attesa: come l’attesa di Elisa, nove mesi che non puoi accorciare. Ogni maglia è un giorno che passa più dolce.
    • Il tempo della cura: quando lavori a maglia non puoi essere arrabbiata. Il filo lo sente. Devi ammorbidire le mani, ammorbidire il cuore. E quel gesto cura te, prima ancora di scaldare qualcun altro.
    • Il tempo vero: quello che rimane. Tra vent’anni Elisa non si ricorderà di un video visto su un telefono, ma forse sua mamma le dirà “questa copertina te l’ha fatta nonna Fausta quando eri ancora nella pancia, mentre era malata e ti aspettava”. E quella copertina sarà ancora lì.

    Non sto facendo solo copertine. Sto facendo memoria. Sto trasformando un periodo di malattia e paura nel primo regalo per mia nipote. Sto trasformando il dolore in qualcosa di morbido che la proteggerà.

    Per questo ho aperto nonnafausta.it.

    Non è un negozio. È la mia stanza accogliente. È il tavolo di legno dove lascio i miei gomitoli e i miei aghi. È il posto dove vi dico: se state attraversando un inverno, prendete un filo colorato. Non per fare qualcosa di perfetto. Ma per tenere le mani occupate e il cuore al caldo, mentre aspettate la vostra primavera.

    La mia primavera si chiama Elisa e sta arrivando.

    Grazie di cuore per essere qui con me in questo cammino.

    Fausta, futura nonna di Elisa